[Battaglia Monteaperti] Bocca degli Abati, Accusato di alto tradimento

Il canto trentaduesimo dell’Inferno di Dante Alighieri si svolge nella prima e nella seconda zona del nono cerchio, nella ghiaccia del Cocito, ove sono puniti rispettivamente i traditori dei parenti (Caina) e quelli della patria e del partito (Antenora). In questo cerchio permane il dubbio circa la Battaglia di Montaperti relativo al sospetto di un tradimento nelle file guelfe, mai appurato con certezza: qualcuno nella cavalleria guelfa, durante un duro attacco delle truppe tedesche di Manfredi aveva infatti mozzato di netto la mano del portainsegna Jacopo de’ Pazzi, facendo così perdere il punto di riferimento per l’armata fiorentina che dovette poi procedere allo sbando.

Dante ha quindi un forte sospetto, visto il luogo dove si trova, di poter dare finalmente una soluzione alla questione. Torna dall’anima dannata, che bestemmiava ancora, e inizia un litigioso battibecco (il terzo all’Inferno dopo quello con Filippo Argenti e quello tra Maestro Adamo e Sinone) con un rapido scambio di battute: (parafrasi vv. 87-102)

Dante: “Chi sei tu lanci questi insulti così?”

Dannato: “E tu chi sei, che vai per l’Antenora picchiando le gote degli altri, che se (io? tu?) fossi stato vivo sarebbe stato troppo?” (verso dal significato ambiguo, forse può essere inteso come: “se io fossi vivo, non sopportando quest’ingiuria, mi sarei già vendicato”)

Dante: “Vivo sono io, e questo potrebbe giovarti se chiedi fama, perché potrei scrivere il tuo nome nel mio racconto”

Dannato: “Io voglio il contrario, levati quindi di torno e non mi infastidire più, che non sai davvero come si lusinga da queste parti!”

Dante, afferrando il dannato per i capelli della collottola: “Ti converrà dire il tuo nome, se vuoi che ti rimangano capelli in testa”

Dannato: “Per quanto tu mi strappi i capelli non ti dirò chi sono io, nemmeno se per mille volte mi piombi (tomi) sul capo con tutto il tuo peso!”

Allora Dante nel pieno del suo sdegno questa volta violento gli strappa più d’una ciocca di capelli mentre il dannato urlava come un cane (latrando) con la faccia rivolta in basso.

Accanto un altro traditore parla chiedendo che avesse Bocca da strillare tanto: (parafrasi vv. 107-108) “Che non ti basta il solito batter dei denti? Chi diavolo hai?”.

Dante allora ha avuto conferma del suo sospetto e lascia il traditore intimandogli di tacere ora, perché il ricordo della sua onta sarà rivelato.

Bocca degli Abati, questo è il nome completo del dannato, non tace, anzi, adesso che è stato tradito da un traditore come lui, si affretta a nominare quanti più altri possibili, in modo che anch’essi subiscano la vergogna del loro riprovevole peccato: (parafrasi vv. 112-123) “Vattene pure e racconta quello che ti pare; ma se davvero uscirai di qui non tacere anche di quello che ebbe la lingua così pronta: lui è Buoso da Duera, che piange per il denaro ottenuto dai francesi, e potrai ben dire che l’hai visto là dove i peccator stanno freschi. E se ti domandassero ‘poi chi altri c’era?’ tu sei accanto a Tesauro Beccaria, al quale Firenze segò il collo. Più in là credo ci sia Gianni de’ Soldanieri con Ganellone e Tebaldello, che aprì le porte di Faenza quando tutti dormivano.”

Bocca degli Abati quindi, una volta visto scoperto il suo segreto si affanna per svergognare più compagni possibili, elencando vari traditori della patria.

Bocca degli Abati era un nobile fiorentino di parte guelfa che Dante considera il traditore della battaglia di Montaperti e condanna, quindi, alle pene dell’Antenora. Quando a Firenze venne ristabilito il governo guelfo, tuttavia, Bocca fu condannato semplicemente all’esilio, probabilmente perché non furono rintracciabili prove certe del suo tradimento.

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