I “Battuti Neri” erano coloro che si occupavano del conforto spirituale e religioso dei condannati a morte. Si caratterizzavano per l’uso di abiti neri e per un cappuccio, anch’esso nero, calato sulla testa con lo scopo di celare la loro identità, chi compiva un’opera buona non lo faceva per tornaconto personale ma per carità cristiana e questo era legge per i Neri. Quest’abito prendeva il nome di buffa.

Gli uomini della quale (Compagnía del Tempio) dato che s’è il comandamento dell’anima ad alcuno, che dee esser giustiziato, vanno a confortarlo tutta notte, e il dì l’accompagnano a uso di battuti, colla tavoluccia in mano, sempre confortandolo.”.

Da considerare che all’epoca la giustizia negava ai condannati ogni benevolenza ed anche ogni tipo di sacramento, non solo in vita ma anche nella morte privandoli anche di una degna sepoltura in terra consacrata, i corpi venivano gettati semplicemente in fosse comuni se non ceduti per ricerca scientifica.

Per la Compagnia questa mancanza dei sacramenti che riconducessero il reo al pentimento in grazia di Dio erano intollerabili e il loro impegno per rendere le ultime ore del condannato meno dure e per riavvicinarlo a Dio erano encomiabili.

Il 28 aprile 1356 la Compagnia de’ Neri per la prima volta vegliò per tutta la notte e seppellì dopo l’esecuzione un giustiziato.

Un codice Riccardiano racconta che la processione post condanna, con i Neri al seguito, passando con il carro che trasportava il cadavere in una viuzza stretta fra Porta Guelfa e Porta della Giustizia ebbero un incidente dovuta al cavallo che imbizzarrito forse per la folla si impennò. Nonostante la tanta gente presente non ci fu danno per nessuno se non per il cadavere del giustiziato che cadde a terra. L’episodio sembrò di malaugurio per la Compagnia che però perseverò nonostante il brusio popolare conquistando nel tempo il plauso dei fiorentini.

La Compagnia de’ Neri all’interno della Compagnia di Santa Maria della Croce al tempio fu però istituita ufficialmente come sotto compagnia il 27 gennaio del 1442 riformata poi il 26 ottobre del 1488 e poi in via definitiva il 20 gennaio del 1572 da Cosimo I.

Il servizio de’ Neri cominciava quando il Magistrato degli Otto condannava a morte un prigioniero. La sentenza veniva inviata al luogo di detenzione che poteva essere il Bargello o anche il carcere delle Stinche ed anche alla Compagnia de’ Neri. Un servo ricevuto l’avviso andava di negozio in negozio e casa per casa ad avvertire i confratelli dell’imminente suplizio.

I confratelli della Compagnia de’ Neri si preparavano con la buffa nera con il cappuccio ben calato sulla testa e si radunavano presso la cappella del Bargello cioè la Cappella di Maria Maddalena o Cappella del Podestà dove era condotto anche il reo.

I Neri gli comunicavano sia la sentenza di morte sia il metodo per giustiziarlo. Per tutta la notte lo confortavano facendo dei turni di un’ora, lo invitavano al pentimento e alla confessione. Non solo sussisteva una carità spirituale, ma anche materiale mediante liquori o dolcetti tipo confetti o altro, rendere quieto il corpo per recuperare lo spirito.

Le sentenze potevano essere eseguite sia al Bargello, di solito con il taglio della testa, sia ai Prati della Giustizia, di solito per impiccagione, ma anche per le piazze o strade di Firenze. Sia che la sentenza fosse eseguita presso il Bargello che fuori dalle mura lo scopo era spettacolarizzare l’evento, infatti si eseguivano le sentenze al Bargello a porte aperte in maniera da renderle monito per le persone.

Un’ora prima della sentenza il suono della Campana Montanina cioè la campana del Bargello avvertiva i fiorentini dell’imminente esecuzione.

L’assistenza spirituale e materiale de’ Neri si protraeva, se la sentenza non veniva eseguita al Bargello ma ai Prati della Giustizia, per tutto il percorso del condannato sino al patibolo. Si formava una processione formata dagli sbirri e dai Neri seguiti dalla popolazione e il condannato veniva accompagnato al luogo del supplizio; i confratelli durante il percorso recitavano i salmi. La processione si soffermava davanti ai vari tabernacoli e l’ultima sosta era alla chiesetta al Tempio, fuori dalle mura, dove i rei ricevevano gli ultimi sacramenti per poi essere condotti innanzi al patibolo dove i Neri chiedevano suppliche per l’anima del condannato.

Possiamo leggerne testimonianza nella “Storia Fiorentina” di Benedetto Varchi:

“Evvi eziandio la memorabile Compagnia del Tempio, chiamata de’ Neri, gli uomini della quale, dato che s’è il comandamento dell’anima ad alcuno, che deve esser giustiziato, vanno a confortarlo tutta notte…”’

L’opera della Confraternita non cessava nemmeno terminata l’esecuzione ma proseguiva anche dopo in quanto provvedevano a seppellire i giustiziati che avveniva presso il cimitero della chiesetta al Tempio.

Proprio questa carità cristiana e per l’aspetto nero e cupo i fiorentini conoscevano bene ed apprezzavano molto i Neri che divennero così famosi da generare confusione sul fatto di essere una compagnia indipendente e non una parte della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio.

Questo impegno solenne divenne nel tempo l’opera pia principale della Compagnia, addirittura con l’approvazione degli statuti del 1360 da parte dal Cardinal Pietro Corsini questa opera di assistenza materiale e spirituale dei rei divenne lo scopo principe della Compagnia.

Da ricordare che fra i loro assistiti ci fu anche il Savonarola che nel 1498 rinchiuso nella torre di Arnolfo in Palazzo Vecchio fu confortato da Jacopo Niccolini facente parte dei Neri.

Dei tanti membri della Compagnia solo alcuni erano autorizzati a confortare i condannati a morte e il loro nome doveva restare segreto pena l’espulsione, per questa ragione si coprivano il volto con il cappuccio nero. La buffa aveva proprio lo scopo di nascondere l’identità di chi compiva buone opere. Da questo aspetto rituale deriva il nome che in termini popolari fu assegnato ai confratelli, “La compagnia de’ Neri” o anche i “Battuti de’ Neri” in quanto era rituale che gli incappucciati accompagnando il giustiziato al patibolo si battessero con una tavoluccia in segno di penitenza (A pag. 6).

Nel 1368 la Compagnia cominciò a redigere un registro dei condannati assistiti dove venivano annotati non solo i nomi ma anche i luoghi di sepoltura dei condannati.

Nel 1408 il Capitano limitò al numero di 12 i Neri e poi nel 1423 ne raddoppiò il numero in quanto 12 non erano sufficienti. Nel 1442 si arrivò ad accreditare 50 confratelli in questo ruolo (A pag. 19).

Dal 1420 il registro dove vengono annotati i condannati e le sepolture viene redatto da Giovanni d’Andrea di Lorenzo Sommaia (A pag. 19).

Nel 1477 il prete Amedeo Amedei impose un legato perpetuo al rettore della Cappella di San Giuliano della chiesa di San Niccolò che consisteva nell’assistere il condannato e fargli avere un panellino dolce di 3 once fatto dalle monache, pratica che dopo qualche anno cadde in disuso. I Cappellani di questa chiesa erano eletti anche con un voto della Compagnia de’ Neri; da ricordare come cappellano Lorenzo Grossi che lasciò memoria dei giustiziati da lui assistiti sull’apposito registro dal 6 maggio 1661 al 23 luglio 1695.

Sempre nel 1477, il 1º Agosto, Pietro Gianni Cardajolo pagò 70 fiorini d’oro per allestire armadi e acquaio presso la chiesetta al Tempio (A pag. 15).

Il 20 maggio del 1503 a causa di una esecuzione mal fatta dal boia nel supplizio di Girolamo di Sandro si scatenò una sassaiola da parte del popolo contro il boia che ne fu ucciso, la sassaiola rischiò di coinvolgere involontariamente anche i componenti della Compagnia.

Il Registro tenuto della Compagnia si danneggiò per l’alluvione di Firenze del 1557, si riuscì però a farne una copia. Grazie a questo registro oggi si conosce molti dettagli riguardo alle condanne di molti personaggi celebri e non.

Nel 1558 La Compagnia de’ Neri fu gemellata a quella della Misericordia di Roma che si occupava degli stessi compiti (A pag.24).

Cosimo I il 20 gennaio del 1572 elesse dei riformatori per modificare gli statuti della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio. I riformatori furono: M. Marco di Giovanbattista degli Asini, M. Vincenzo di Niccolò Godemini, Benedetto di Giovanni Covoni e Benedetto di Jacopo Antonio Busini. Nei nuovi statuti fu definito il nuovo assetto della Compagnia che sarebbe stata guidata da 9 Capitani, 3 eletti nel quartiere di Santa Croce e 2 per ogni altro quartiere. 12 persone avrebbero fatto parte della Compagnia de’ Neri e dovevano essere di famiglie che avessero goduto del Gonfalonierato di Giustizia o del Priorato, erano detti infatti “Beneficiati” e altri 38 potevano essere di famiglia nobile o popolare ma dovevano abitare in Firenze o nell’immediato contado e tutti avevano lo specifico scopo di assistere i condannati fino al momento della loro esecuzione, tutti si eguagliavano all’interno della Compagnia de’ Neri. La Compagnia de’ Neri dipendeva interamente dalla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio e ogni lascito o donazione doveva essere girata alla Compagnia madre. Alcuni monasteri furono aggregati alla Compagnia de’ Neri in maniera che fossero avvisati dell’imminente supplizio di un giustiziato e che quindi potessero intonare delle preghiere per lo stesso (A pag 20/21).

Sarebbe bello dedicare un capitolo intero alla devozione e alla pazienza de’ Neri durante il loro uffizio, come ha fatto il Cappelli (B), ma preferisco rimandare alla lettura di questo raro libriccino per apprezzarne la narrazione.

Fonte testo e foto

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