Il cibo dei fiorentini variava a seconda del ceto sociale d’appartenenza. I più umili mangiavano in trattorie e osterie minestra in brodo, baccalà al pomodoro, trippa col sugo, pasta e fagioli; dal “pizzicagnolo” pane e stufatino con le patate; oppure sostavano dai numerosi venditori ambulanti come i friggitori al “Porcellino” o il famoso Martini, che vendeva maccheroni freddi in piazza del Granduca. In Mercato Vecchio c’era la Fila, la più antica rosticceria di Firenze, e l’osteria del Buco era nel chiasso omonimo (presso via Lambertesca), «un ricettacolo all’immondizie e al malcostume».

Tante le osterie (e non solo quelle) nei vicoli: nel 1827 si ruppe il lastrico nel «chiassolo dell’osteria della Palla e precisamente ove esiste il bordello delle donne tollerate», che andava riparato perché «dal foro di detta pietra si osservano delle ossa umane», provenienti dalle tombe della soppressa chiesa di S. Maria lì esistente.

Fin dal ‘600 esistevano l’osteria delle Bertucce nel vicolo omonimo e quella del Porco presso via dei Succhiellinai e, poco lontano, quella della Malvagia, “tempio” dei vini bianchi dolci. Famosa in Oltrarno l’osteria del Lunghino alla porta S. Frediano, mentre nel 1795 era in costruzione in via Frusa, fuori porta alla Croce, un’osteria di proprietà della Comunità, per i frequentatori del locale mercato dei maiali.

Un panino e un bicchier di vino si potevano anche nelle bettole e nelle “canove” di vino, nelle vie Ghibellina, Pietrapiana, Giardino, Parione, ecc. Solo col passare degli anni le trattorie divennero luoghi caratteristici, ricercati soprattutto dai “forestieri”: allora, oltre all’antica trattoria della Cervia in via degli Speziali, ce n’erano in Borgo Ognissanti, nelle vie dei Neri, della Vigna Nuova, dei Rigattieri (della Palla), nella piazzetta di S. Elisabetta (della Stella), nel cortile del convento di S. Trinita, in piazza dell’Olio, alle Cascine (Tinaia), alla Piacentina passate le Molina sull’Arno (dal Dottore, specializzato in pesce fritto), ecc.

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