Firenze, ex Monastero delle Murate

Nel 1370 dodici donne dette “le murate”, seguendo l’esempio di monna Apollonia si fecero recludere volontariamente in una casupola del secondo pilone del “Ponte Rubaconte” (ponte alle Grazie), pregando e vivendo di elemosine in condizioni di estremo disagio. Nel 1424 Giovanni de’ Benci, che viveva nelle vicinanze, finanziò la costruzione di un nuovo e più grande monastero a ridosso delle mura; il complesso, intitolato alla Santissima Annunziata e a Santa Caterina, accolse le monache di clausura cosiddette “murate” (o recluse volontarie), trasferitesi dalle cellette del ponte Rubaconte, poi ponte alle Grazie.

Il cenobio venne ristrutturato e ampliato prima nel 1471, a seguito di un incendio, poi nel 1571, dopo un’alluvione. L’importanza di alcune sue ospiti può rendere l’idea della sua ricchezza: nel 1478 ospitò Caterina Sforza, la madre di Giovanni delle Bande Nere che vi morì e fu sepolta nella chiesa; nel 1528 la Signoria vi fece chiudere “a serbanza” la giovinetta Caterina de’ Medici, sino al 1530, durante i tempi duri della cacciata dei Medici, prima che venisse trasferita nel convento di Santa Lucia, nei giorni dell’assedio; dopo la morte di Cosimo I, nel 1574, vi fu rinchiusa Camilla Martelli, sua seconda moglie morganatica che, malvista dal figliastro Francesco I, poté uscire solo il tempo di assistere alle nozze della figlia Virginia col duca Cesare d’Este e per essere trasferita nel convento di Santa Monaca, dove morì; vi furono confinate inoltre le figlie di don Pietro de’ Medici, avute illegittimamente in Spagna.

Benedetto Varchi, nell’elencare le venti “degnissime e grandissime cose da mostrarle a’ forestieri che vengono alla città”, citò le Murate, oggi l’unica tra le chiese monumentali di quella lista che non si sia conservata. Il Richa, che pure vide la chiesa impoverita dalle alluvioni, vi ricordò opere di Filippo Lippi, Lippo Memmi, Mino da Fiesole, Baccio da Montelupo, un grande organo monumentale e un altare argenteo donato da una consorella della famiglia dei Medici.

Soppresso nel 1808 dal governo francese, nella prima metà dello stesso secolo fu ampliato e ristrutturato dall’architetto Domenico Giraldi al fine di trasformarlo in istituto carcerario maschile.

Federico Fantozzi, che testimonia di come i lavori di riduzione del complesso, presumibilmente iniziati nel 1828, fossero ancora in corso nel 1842, informa anche di come lo sculture Luigi Pampaloni vi avesse tenuto per diversi anni il suo studio, e fra le altre cose vi avesse scolpito “la statua di Leopoldo I che vedesi sulla Piazza di S. Caterina di Pisa”.

Nel 1848 l’istituto carcerario è sicuramente attivo e conosce una rapida crescita tanto che si interviene con nuovi lavori tra il 1848 e il 1859 (sempre diretti da Domenico Giraldi) tra il 1860 e il 1870 vi si aggiunge l’ulteriore ala definita da tre bracci (di cui il centrale non più esistente) che si sviluppa fino a delimitare il viale della Giovine Italia.

Negli anni della seconda guerra mondiale il carcere delle Murate fu tristemente famoso in quanto centro di raccolta e tortura dei prigionieri politici e dei partigiani catturati dai nazifascisti in tutta la regione.

Fra i momenti più commoventi dell’alluvione di Firenze ci fu il salvataggio dei detenuti intrappolati nelle celle, che si prodigarono in ringraziamenti ai salvatori.

A seguito della costruzione dei nuovi stabilimenti carcerari a Sollicciano (concorso appalto del 1974) si posero le premesse per il passaggio di questo e degli altri immobili adibiti a carceri presenti nella zona (Santa Verdiana e Santa Teresa) al Comune di Firenze, e del loro conseguente recupero nell’ambito di un più ampio progetto di riqualificazione del quartiere di Santa Croce.

Nel 1986 fu così bandito un concorso internazionale di idee i cui esiti furono esemplificati in una mostra tenuta nel complesso di Santa Verdiana nell’autunno del 1988. A questa seguì un secondo concorso bandito per il solo edificio delle Murate.

Nel 1999 sono iniziati i lavori di recupero dell’area, divisi in più lotti, su progetto generale degli architetti Roberto Melosi e Mauro Pittalis e linee guida di Renzo Piano, finalizzati a trasformare la grande struttura in un complesso di case popolari.

Al novembre 2009 l’intervento aveva già restituito alla città buona parte di questa cittadella a lungo nascosta tra gli alti muri di cinta, rendendo disponibili innumerevoli appartamenti e fondi da destinarsi a uffici e attività commerciali. Più in particolare è stata inizialmente aperta l’area verso il viale della Giovine Italia, destinando il piazzale delimitato dalle mura e dai due bracci carcerari a parcheggio, quindi, procedendo verso il centro della città, sono stati recuperati (primo lotto) i fabbricati alle spalle della cappella di Santa Maria della Neve e attorno al largo spiazzo (accesso dal numero civico 8) che è stato ribattezzato piazza Madonna della Neve (qui è stato aperto anche un ristorante pizzeria).

Il secondo lotto ha interessato il braccio delle celle che taglia la struttura da via Ghibellina a via dell’Agnolo, dove si sono mantenuti i tipici ballatoi propri della struttura carceraria e molte delle antiche porte delle celle, in legno, con il loro complesso sistema di serrature, paletti di sicurezza e spioncini. Ancora aperto è invece il cantiere relativo al terzo lotto, relativo ai fabbricati prospicienti lo spiazzo ora denominato piazza delle Murate.

Nell’insieme l’intervento appare oltremodo interessante sia per le soluzioni adottate sia per le notevoli potenzialità nel rivitalizzare un’area della città ben poco frequentata. Lungo la via il complesso si caratterizza ancora per la continuità dell’alto muro di cinta, interrotta in corrispondenza della nuova strada e delle piazze prima richiamate. Inglobata nel muro di cinta (al numero civico 6) è la facciata della cappella di Santa Maria della Neve (tradizionalmente riferita a un progetto di Michelangelo) degli ultimi decenni del Cinquecento.

Fonti varie: WikiMapia – Wikipedia

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