[FIRENZE] FAMIGLIA CICCIAPORCI

La famiglia fioriva in Firenze, fino del secolo XV, dando magistrati in vari ordini della città. Il blasone del casato, o stemma, contiene cinque maiali intorno ad un leone. Vi è tuttavia uno stemma differente ed è descritto nella raccolta del rinomato araldista conte Enrico Ceramelli Papiani (Col Stemma della famiglia Cicciaporci nel chiostro di S. Spirito le Val d’Elsa, 1896 – Firenze, 1976). Esso ha infatti un grifone di nero, con la bordura di rosso caricata di sei porci passanti di nero, cinghiati d’argento, posti nel senso della pezza. Questo stemma lo si può vedere nel chiostro di S. Spirito, con annessa lapide.

Questa famiglia ha avuto diversi membri illustri che ricoprirono ruoli di prestigio nel governo cittadino, addirittura si narra che, tra il 1408 ed il 1485, ebbe ben dodici priori.
Luca Antonio fu cavaliere di Malta nel 1674, il quale però essendo rimasto senza fratelli si ritirò, con dispensa del Papa, dall’Ordine nel 1684 e sposò Giulia Baccelli. Nel settecento un membro fece parte dell’ordine di S. Stefano (“Provarono il Quarto a Malta e San Stefano”, Mecatti, op. cit).

La famiglia Cicciaporci ebbe anche un autorevole frate domenicano in S. Maria Novella, Buoninsegna de’ Cicciaporci, che fu ritratto alcuni secoli dopo la morte da Bernardino Barbatelli detto “il Poccetti”. L’affresco si trova tra la quarta e la quinta campata del lato Ovest del cosiddetto chiostro grande e ritrae il santo con la palma del martirio nella mano sinistra.

Giuseppe Maria Mecatti nel suo “Storia genealogica della nobiltà, e cittadinanza di Firenze” (1754) annota una breve descrizione sulla esistenza di questa famiglia, residente in un palazzo in via de’ Pizzicotti (famosa per pizzicottare i fondoschiena delle fanciulle), ovvero l’attuale via de’ Coverelli detta anche, altrettanto curiosamente, “Chiasso perduto”.

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CURIOSITA’
Palazzo Alberini, poi Cicciaporci, si trova a Roma in via del Banco di Santo Spirito 12. È un importante esempio di palazzo civile rinascimentale, opera di Raffaello architetto sotto l’influenza di Bramante, dei primi anni del Cinquecento. Venne fatto costruire da Giulio della famiglia romana degli Alberini o Ilperini[1] tra il 1515 e il 1519 su progetto di Raffaello, anche se Vasari ci dice che fu Giulio Romano a progettare il palazzo per lui, mentre il piano terra è attribuito a Bramante, con possibile datazione al 1512. Fu completato nel 1521 da Pietro Rosselli. La facciata odierna è ottocentesca, mentre quella originale si trova sul perpendicolare vicolo del Curato. Il disegno segue il modello dei palazzi civili fiorentini e del precedente Palazzo Caprini (1510) del Bramante, nel piano inferiore e nel rimando classico del cornicione. Il pianterreno, occupato anticamente dalle botteghe, e il mezzanino presentano un bugnato piatto, con un fascione marcapiano che separa il piano nobile. Quest’ultimo tramite due cornici continue è differenziato dai piani inferiore e superiore (riservato alla servitù), per evidenziarlo come la parte principale dell’edificio. Esso è caratterizzato da un ordine ridotto a lesene e aggettante nella trabeazione abbreviata; la cornice continua costituisce lo zoccolo su cui poggiano sia le lesene che le finestre. Il terzo piano, meno in rilievo, presenta delle finestre entro cornici rettangolari, che riprendono visivamente le lesene inferiori, fino all’imponente cornicione su mensole. Attualmente l’immobile risulta interamente di proprietà di UBI Leasing Spa. (Wikipedia)

Immagine per gentile concessione del Comune di Roma.

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