[Firenze] Il soggiorno di Manzoni al fu albergo de le quattro nazioni

[Firenze] Il soggiorno di Manzoni al fu albergo de le quattro nazioni

Nel 1818 con l’estinzione dei Gianfigliazzi, il Palazzo ove abitavano venne destinato ad un albergo, con la denominazione di ‘Albergo delle Quattro Nazioni’, e gestito da Madame Fanny Hombert. Qui è apposta, sopra il portone del palazzo, una targa datata 1919 con l’epigrafe di Alessandro Manzoni che scrisse la frase “nelle cui acque risciacquai i miei cenci”.

Nel 1919 il Comune di Firenze appose una lapide in ricordo del soggiorno fiorentino dell’illustre personaggio in cui sta scritto “Alessandro Manzoni qui nell’estate del 1827 ebbe soggiorno di pochi mesi sulle rive di questo Arno, ‘nelle cui acque risciacquai i miei cenci’ volle scrivere egli dando veste toscana al romanzo immortale dove la lingua il dolore le speranze d’Italia trionfano”.

Tra gli episodi noti che segnano quei giorni trascorsi in riva d’Arno, anche l’invito alla corte granducale, notizia che troverà spazio sulla Gazzetta di Firenze dove, alla data del 24 settembre, un trafiletto descrive così l’evento:
Trovasi da qualche giorno in questa nostra città il sig. conte Alessandro Manzoni milanese, chiarissimo Scrittore cui molto dee la poesia non men che la prosa italiana. Egli ha seco la Madre, Figlia del celebre Beccheria, unitamente alla numerosa sua Famiglia. Di conoscerlo da vicino e d’onorarlo, studiano e Letterati, e tutti quelli che hanno in pregio le belle qualità della mente e del cuore. Il nostro augusto Sovrano lo accolse con molta benevolenza, e lo volle seco a mensa.

Oltre alla memoria relativa al soggiorno del Manzoni posta sopra il portone, ve ne sono altre due murate nell’androne: una in ricordo di Luigi Bonaparte che qui morì nel 1846, l’altra in memoria di Emilia d’Oultremont baronessa d’Hoogworst, qui morta, nella casa di suo figlio primogenito, il 22 febbraio 1878.

La storia narra che due carrozze con tredici persone, trasportarono il mercoledì 29 agosto 1827, Alessandro Manzoni e la sua famiglia, la madre Giulia Beccaria, sempre al fianco del figlio, la moglie Enrichetta Blondel, i figli. Arrivarono a Firenze dopo un periodo a Livorno e prima ancora dopo aver soggiornato a Genova, Lucca, Pisa, sono queste le tappe di avvicinamento al tanto atteso soggiorno fiorentino. Gli ambienti letterari della città, in particolare quello del Gabinetto Vieusseux , che all’epoca aveva sede a Palazzo Buondelmonti in Via Tornabuoni, attendevano l’arrivo di Alessandro Manzoni.

Mentre il Conte Manzoni si godeva la popolarità e le frequentazioni fiorentine, nonna Giulia, Enrichetta, e le figlie Sofia e Giulietta cominciarono ad annoiarsi. In particolare risulta che, la figlia Giulietta, si lamentava per lettera con il cugino Giacomo: “ Oh! Che mancanza di prossimo c’è in questa Firenze! Le vie sono anguste e sudicie… Andare alle Cascine è un’impresa; dove si passeggia? Lung’Arno cioè sulla riva dell’acqua gialla senza movimento…”

La famiglia Manzoni vi soggiornò sino al primo del mese di ottobre e poi se ne andò.

Varie fonti ispiratrici del testo.

NOTE VARIE

Negli ambienti del palazzo collegati all’ingresso, segnato con il numero 6, ebbero lo studio dal 1940 l’architetto Nello Baroni, il paesaggista Pietro Porcinai (ambedue già uniti in sodalizio dal 1937 con studio in via Sassetti 1) e l’architetto di interni Maurizio Tempestini (dal 1946 O.P.: Organizzazione Professionisti per la Sintesi nel Lavoro). nel palazzo accanto, al numero 2 di Lungarno Corsini, visse anche Vittorio Alfieri, insieme alla principessa di Stolberg Luisa d’Albany, ospite del conte Masetti.

Palazzo Gianfigliazzi Bonaparte
Di origine quattrocentesca (e tradizionalmente ricondotto a un progetto di Filippo Brunelleschi) il palazzo è così sinteticamente descritto nella sua configurazione originaria da Walther Limburger: “In origine era una ricca costruzione del primo Rinascimento, con una loggia aperta in luogo del piano superiore e con uno stemma attribuito a Donatello”. Certo è che l’edificio appartenne continuativamente ai Gianfigliazzi (eccezion fatta per il breve periodo tra il 1457 e il 1460) fino all’estinzione della casata, nella seconda metà del Settecento (1764). Fonte

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