Gnoseologia, Filosofia antica

Il pensiero classico ha distinto forme diverse di conoscenza, ovvero l’opinione e la scienza, discutendone il valore di verità. Per i filosofi greci l’opinione (δόξα), poiché si fonda sull’esperienza sensibile ed è quindi ingannevole e instabile, si contrappone al vero sapere scientifico. Al contrario la scienza (ἐπιστήμη), essendo fondata sulla ragione, è il modello della conoscenza certa e incorruttibile.
Parmenide per primo svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l’importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla ragione. Un tale sapere però risultava non oggettivabile, essendo senza predicato: per Parmenide infatti, dell’Essere si può dire soltanto che esso è, e nient’altro. La gnoseologia parmenidea risulta pertanto totalmente sottomessa all’ontologia (cioè alla dimensione statica dell’essere).

Fu quindi Socrate a sollevare per primo il problema gnoseologico, mettendo in discussione le basi e le fondamenta del sapere. Con Socrate ha inizio un’attività maggiormente dinamica del pensiero; egli affermò che la vera conoscenza non ci viene dall’esterno, ma nasce all’interno dell’anima; ragion per cui non è insegnabile. Il maestro può solo aiutare l’allievo a partorirla da sé (arte della maieutica).

Platone seguì le orme di Parmenide e di Socrate, tuttavia rivalutando in parte l’esperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle idee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque ricordare: la conoscenza è un processo di reminiscenza di un sapere che giace già all’interno della nostra anima, ed è perciò “innato”. Per Platone, tuttavia, le idee si trovano al di là del processo logico-dialettico, e quindi (come già in Parmenide e Socrate) esse sono difficilmente oggettivabili, essendo accessibili solo per via di intuizione.

fonte: Wikipedia

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