Gregorio Palamas (Monaco Ortodosso)

PalamasGregorio Palamas, in greco: Γρηγόριος Παλαμάς (Grigòrios Palamàs) (1296 – 1359), è stato un monaco e arcivescovo ortodosso bizantino. Monaco del Monte Athos, teologo e mistico, divenne Arcivescovo di Tessalonica. È conosciuto come un eminente esponente della teologia esicasta e alcune delle sue opere sono raccolte nella Filocalia.

Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamas), è commemorato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Il pensiero teologico di Gregorio Palamas è intimamente connesso con l’esperienza cristiana e, quindi, con la mistica. La sua non è teoria o semplice filosofia né, tantomeno, un pensiero di matrice “neoplatonica” come sostengono alcuni! Tra il neoplatonismo e Palamas c’è un abisso. Palamas è categorico: solo l’uomo spirituale può essere il trasmettitore di una tradizione spirituale che ha profondi legami con la tradizione dogmatica e ad essa rimanda costantemente. Un uomo che, sulla base della pura logica, presume di farlo conduce fuori strada. Costui viene definito “psichico”, ossia intellettuale.

L’uomo non può giungere a Dio con il pensiero razionale (la cosiddetta “dianoia”) ed è per questo che Palamas si oppone a Barlaam. Tuttavia, l’uomo può intuire la presenza divina con la parte più elevata della sua intelligenza intuitiva (il cosiddetto “nous”). Il “nous” è una specie di “occhio spirituale” che dev’essere purificato per potersi accostare al divino, intravvederlo e goderne. Il “nous”, o intelletto spirituale, dopo essersi staccato da tutti i legami che lo ottenebrano (le passioni e gli attaccamenti mondani) viene calato nel cuore, ossia nella realtà più intima dell’uomo ed è lì che, nella grazia divina, viene deificato e risplende. La preghiera esicasta ha un ruolo importante in questa discesa del “nous” nel cuore. Risplendendo l’occhio interiore, anche tutto il corpo si trova nella luce. In questo senso i monaci esicasti interpretano il famoso versetto del salmo in cui il salmista dice: “E alla tua luce, vediamo la luce” (Sl 35,10).

Fonte: Wikipedia

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