La prima vera stagione del giornalismo d’inchiesta americano esplose nel primo decennio del Novecento quando reporter armati di penna e taccuino svelarono gli intrighi di affaristi e politici corrotti. Il presidente Roosevelt li definì ‘muckrakers’ perché “scavavano nel letame”: loro trasformarono l’epiteto in un appellativo prestigioso. Dall’atto di accusa di Ida Tarbell contro il monopolio di Rockefeller alla denuncia delle allarmanti condizioni in un macello di Chicago, le loro inchieste mostravano che per ogni criminale avido c’era un lavoratore sfruttato o un cittadino defraudato. La spinta investigativa dei reporter americani riemerse in maniera massiccia solo negli anni della contestazione giovanile. La relazione tra giornalisti e potere si era fatta sempre più conflittuale e la teoria della responsabilità sociale della stampa indicava alla professione un obiettivo più nobile del mero profitto: informare i cittadini per promuovere il bene pubblico. Sono gli anni delle inchieste sulla guerra in Vietnam che, seppure in ritardo, misero in dubbio la versione della Casa Bianca sull’incidente del Tonkino, pubblicarono i volumi della Difesa sul coinvolgimento americano nel sudest asiatico (Pentagon Papers) e svelarono il massacro di My Lai (Seymour Hersh). Soprattutto sono i mesi dell’inchiesta del “Washington Post” sull’effrazione al quartier generale dei Democratici (Watergate) che in due anni costrinse il presidente degli Stati Uniti a dimettersi. Confuso con il cinismo e il disfattismo, il giornalismo d’inchiesta americano è finito spesso sotto accusa. Alla sua rinata credibilità hanno contribuito anche i computer, che permettono ai cronisti di analizzare enormi quantità di dati e di informazioni

(Computer-Assisted Reporting).

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