La Storia della Toscana (Quarta Parte)

La famiglia Medici continuò a regnare sopra la Toscana ininterrottamente fino al 1737. L’ultimo granduca della famiglia fu Gian Gastone de’ Medici che non ebbe eredi, mentre l’ultima della famiglia, Anna Maria Luisa, elettrice Palatina, si occupò del Granducato dalla morte del fratello e riuscì grazie alla sua lungimiranza a fare sì che l’immenso patrimonio artistico che era nei secoli divenuto patrimonio della famiglia non potesse essere portato via da Firenze nemmeno dai futuri regnanti che il Granducato avrebbe avuto.

Il Granducato di Toscana, alla morte di Gian Gastone, passò alla famiglia dei Lorena, in particolare a Francesco Stefano di Lorena, già marito di Maria Teresa d’Asburgo, imperatrice d’Austria. Egli non mise mai piedi né in Toscana né a Firenze, e ne lasciò l’amministrazione al figlio Pietro Leopoldo. La più importante innovazione voluta dai Lorena, proprio grazie a Pietro Leopoldo, fu l’abolizione (per 4 anni, fino al 1790 quando fu ripristinata) della pena di morte nel Granducato di Toscana, per l’epoca una innovazione di non poco rilievo. Il provvedimento entrò in vigore il 30 novembre 1786 e, prendendo spunto da questo, è stata istituita in tempi recenti la Festa della Toscana, che si tiene ogni anno nel giorno di tale anniversario.

L’unica interruzione alla sovranità lorenese fu la parentesi napoleonica che durò fino al 1814, quando sul serenissimo trono granducale fu restaurato Ferdinando III figlio di Pietro Leopoldo. Lucca e Piombino invece riuscirono a mantenere una certa autonomia col governo di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, durante il Principato di Lucca.

Napoleone portò in Italia, e quindi anche in Toscana, che fu annessa alla Francia, l’idea moderna di “nazione” (concetto nato con la rivoluzione industriale). Anche per reazione al nazionalismo francese, infatti, si ebbe anche in Toscana la nascita del pensiero nazionalista, che inventò l’idea di una “nazione italiana” che aveva nella Toscana il suo centro motore: i “grandi toscani” divennero “grandi italiani” e Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche Niccolò Machiavelli e Galileo Galilei, vennero “arruolati” come simboli di una “Italia” da far “rinascere” a nuova vita, insieme a tutti i suoi valori di “libertà” comunale, creatività e indipendenza.

Fu così che la Toscana divenne uno dei centri più importanti del movimento indipendentista e risorgimentale italiano. Coscienti della peculiarità, per non dire superiorità, della loro patria, i leader del movimento risorgimentale toscano si impegnarono a fondo per l’indipendenza dell´Italia.

Lo stesso ultimo granduca regnante, Leopoldo II di Toscana, e l’ultimo primo ministro toscano, Bettino Ricasoli, furono, in tempi e modalità diversi, convinti che nell’Unità d´Italia, la Toscana avrebbe potuto meglio mantenere e sviluppare la propria identità etnica, usando un termine più moderno.

Insomma, la Toscana, che aveva una sua etnia ben definita dai tempi antichi (basti vedere la storia del nome, che non è un latinismo – come “Italia”, che non era un italianismo, altrimenti sarebbe stato “Itaglia” – ma lo sviluppo dell´etnonimo antichissimo di Etruria), preferì “investire” nel progetto “italianista” così che nel XIX secolo darà in dote al giovanissimo Regno d’Italia il suo immenso patrimonio culturale ed ideale, e per alcuni anni anche la capitale.

L’ultimo Granduca della Toscana fu il figlio di Ferdinando, Leopoldo II, che regnò fino all’ingresso del territorio toscano nel nascente stato unitario italiano. Il periodo lorenese fu per la Toscana un periodo illuminato, a partire dal governo di Pietro Leopoldo (che riformò l’ordinamento giudiziario), fino all’ultimo granduca che ottenne risultati molto positivi, con la costruzione delle prime ferrovie, la creazione del catasto e la bonifica della Maremma.

Dopo le rivoluzioni del 1848-1849, il ritorno di Leopoldo venne tuttavia supportato da una guarnigione austriaca che gli alienò le simpatie popolari. Nel 1859, quando la Toscana stava per entrare nel regno dell’Italia del Nord, non si oppose in maniera tenace alla sua destituzione, ma partì da Firenze lasciandola pacificamente nelle mani dei rivoluzionari. La curiosa espressione usata nell’occasione, dato che era iniziata la rivolta alle cinque del mattino, fu che alle sei dello stesso mattino, quando il granduca partì da Firenze, la rivoluzione se ne andò a fare colazione. Il passaggio dal Granducato di Toscana allo Stato Unitario Italiano fu frutto di un’incruenta rivoluzione.

QUINTA PARTE

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