A far coltivare grano da paglia per cappelli fu Domenico di Sebastiano Michelacci il quale, dopo vari esperimenti, nel 1718 giunse alla conclusione di seminare il grano marzuolo fittamente e di raccoglierlo prima che giungesse a maturazione. Le piantine per cercare la luce si allungavano fornendo una paglia più lunga e morbida da intrecciare e di colore chiaro ed uniforme.

Raggiunta l’altezza desiderata prima che seccandosi si indurisse, gli steli venivano sbarbati perché la linfa non sgorgasse ma evaporasse dalle fibre sbiancandole grazie all’esposizione alternata al sole e alla guazza per tre giorni e tre notti.

Raccolta e quindi sfilata estraendo dal culmo la parte più alta all’altezza dell’ultimo internodo, privata della spiga utilizzata per l’alimentazione animale, veniva selezionata in base al calibro degli steli e raccolta a mannelli da distribuire alle lavoranti per l’intreccio manuale e, in area fiesolana, a telaio.

Nella Toscana del ‘500 si raggiunse un tale livello di raffinatezza che il Granduca Cosimo I ne mandò in dono numerosi esemplari anche a vari sovrani d’Europa. Fu però ai primi del Settecento che proprio a Signa si cominciò a coltivare il grano, non a fini alimentari, ma allo scopo di produrre paglia per fare cappelli. Si trattò di una iniziativa rivoluzionaria che consentì al comprensorio fiorentino di diventare il primo produttore di cappelli di paglia di qualità in tutto l’Occidente.

Conosciuti universalmente come leghorn, perché imbarcati dal porto di Livorno verso i più lontani paesi del mondo, i cappelli fiorentini nelle loro infinite varianti a più giri di finissimo materiale d’intreccio, conobbero una fama ineguagliabile imponendosi ovunque quale elemento distintivo nel guardaroba elegante, prima femminile e, quindi, anche maschile.

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