L’artista e la bottega a Firenze nel Rinascimento Fiorentino

Il Quattrocento vide, con speciale continuità a Firenze, importanti progressi nello sviluppo della figura dell'”artista”, secondo un processo già iniziato nel secolo precedente. Gli artefici aspiravano a sganciarsi dalla figura del lavoratore manuale, che produce oggetti su commissione (“artigiano”), in favore di una concezione più intellettuale e creativa del loro operare, che aspirava a pieno titolo a far parte delle “arti liberali”. Un ruolo fondamentale venne svolto dagli scritti teorici di Leon Battista Alberti, che già nel De pictura tracciò la figura di un artista colto, letterato, abile nella tecnica, che padroneggia in prima persona tutte le fasi del lavoro, dall’idea alla traduzione nel manufatto, curando tutti i dettagli.

La figura descritta dall’Alberti rappresentava però un traguardo ideale, raggiunto non prima del XVIII secolo, portando tutta una serie di conseguenze (quali la dicotomia tra artista e artigiano, o la distinzione tra Arti Maggiori e Minori) che nel Quattrocento erano ancora sconosciute.

La cellula base della produzione artistica restava infatti la bottega, che era luogo di produzione, commercio e formazione allo stesso tempo.

L’iter del maestro iniziava proprio in bottega, dove si entrava giovanissimi (13, 14, 15 anni..) e si iniziava a prender confidenza col mestiere in maniera pratica, partendo da incarichi collaterali (come il riordino e la pulizia degli arnesi) ed assumendo via via maggiore responsabilità e peso nella creazione e realizzazione dei manufatti. Una costante era la pratica del disegno, indipendentemente dalla disciplina artistica prevalente in cui specializzarsi.

La preparazione teorica si limitava a poche nozioni fondamentali di matematica e geometria ed era per lo più lasciata alla buona volontà del singolo. Procedimenti complessi, come la prospettiva, erano appresi per via empirica, senza conoscere a fondo i principi teorici che ne stavano alla base.

Le botteghe si occupavano di due tipi fondamentali di produzione:

Uno più impegnativo, di opere richieste su contratto di commissione, dove erano stabiliti le caratteristiche dell’oggetto, i materiali, i tempi di esecuzione e le modalità di pagamento. Di solito veniva lasciata ampia libertà sulle questioni di composizione e stile.
Un secondo tipo legato a produzioni correnti, di facile smercio (cassoni nuziali, deschi da parto, immagini votive, arredi), che erano prodotti direttamente senza commissione specifica (nella maggior parte dei casi). Non mancavano le produzioni seriali, tramite stampi e calchi, come le Madonne in stucco, in terracotta grezza o invetriata.

Nella seconda categoria di prodotti venivano spesso riprese, semplificandole e volgarizzandole, le innovazioni delle opere più importanti e originali: anche le soluzioni più audacemente innovative, trascorso un certo periodo di tempo, subivano questo processo di assimilazione e diffusione, entrando a far parte del repertorio comune.

I travasi e le rivisitazioni anche tra discipline artistiche molto diverse erano frequenti e stimolanti, come ad esempio l’uso come motivo dell’oreficeria di riproduzioni in miniatura della lanterna di Santa Maria del Fiore (ad esempio nella Croce del Tesoro di San Giovanni, al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, e in numerosi altri reliquiari, candelabri e ostensori).

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