Stato monastico dei Cavalieri di Malta

Lo Stato monastico dei Cavalieri di Malta succedette a quello di Rodi quando il primo gennaio 1523 il Gran Maestro Philippe Villiers de L’Isle-Adam con una caracca, due galee e una chiatta, accompagnato dai trecento ospitalieri messisi in salvo dal durissimo assedio all’isola disposto dal sultano ottomano Solimano il Magnifico, fu costretto a partire per cercare una nuova sede. Soggiornarono provvisoriamente a Viterbo e a Nizza fino a che, il 24 marzo 1530, l’imperatore Carlo V, in qualità di re di Spagna e di Sicilia concesse agli esiliati il piccolo arcipelago maltese, facente parte del regno siciliano, in cambio dell’omaggio feudale annuo di un falcone e del difficile compito di presidiare Tripoli.

Al contrario di Rodi, la cui piena sovranità era stata conferita dal Papa, inizialmente lo status giuridico di Malta era quello di un feudo e i cavalieri conseguiranno più tardi una vera indipendenza statuale di fatto, anche con il riconoscimento internazionale. I cavalieri rimarranno nelle isole maltesi per 268 anni fino al decreto del Direttorio francese, emanato il 12 aprile 1798 in seguito all’occupazione napoleonica: non esisterà più un’entità territoriale statale dell’ordine.

I Cavalieri, ai quali mancava molto l’atmosfera di Rodi, trovarono in Malta un’isola brulla, desolata e scarsamente popolata. Il capoluogo, Medina, nota come città vecchia o notabile, era circondata da mura arabe e vi risiedevano i nobili locali in monumentali palazzi. Isle-Adam, gran maestro a Rodi dal 1521, non gradì dimorarvi e, insieme ai compagni, scelse come sede Birgu, un villaggio di pescatori con un piccolo forte: anche i maltesi e gli aristocratici si dimostrarono sospettosi nei riguardi dei nuovi arrivati.

In seguito la situazione migliorò e, dal 1565, dopo un ennesimo attacco turco, al 1571, fu costruita intorno al suddetto sito la nuova capitale La Valletta (prese il nome dal gran maestro Jean de la Valette), ideata dall’architetto toscano Francesco Laparelli, proposto dal papa Pio V, e dal maltese Girolamo Cassaro, progettista della concattedrale di San Giovanni, il cui pavimento marmoreo sarà formato dalle policrome lapidi funebri magistrali.

Si procedette al ripristino della flotta e alla fortificazione della nuova città con possenti baluardi e roccheforti (Sant’Elmo e Sant’Angelo) che servivano a difendersi dai barbareschi e da Solimano il Magnifico, questa volta perdente. Furono realizzati, inoltre, il grande ospedale, le sedi delle varie Lingue e il palazzo del Gran Maestro, in cui fu organizzata una piccola ma brillante corte.

Nel 1571 diverse galee dell’Ordine parteciparono alla battaglia di Lepanto dando un valido contributo alla vittoria della cristianità.

L’imperatore Rodolfo II, nel 1607, conferì al capo dello Stato maltese Alof de Wignacourt (che veniva eletto dal Consiglio magistrale) la dignità di principe del Sacro Romano Impero e, più tardi, il papa Urbano VIII il trattamento di Sua Altezza Eminentissima.

Dopo questi successi militari, l’aumento del benessere e del prestigio dei cavalieri, La Valletta acquisì in Europa la nomea di città non proprio conventuale ma piuttosto rilassata nei costumi, dove era possibile anche per lo straniero reperire varie forme di divertimenti.

Nel Seicento i Cavalieri sostennero e stimolarono le attività culturali e artistiche abbellendo la capitale con preziosi edifici. Il Gran Maestro Alof de Wignacourt, nel 1607, accolse sotto la sua protezione il pittore Caravaggio: le sue opere, la decollazione di san Giovanni Battista e il san Girolamo scrivente, sono custodite ancora a La Valletta. Il temperamento irrequieto dell’artista e un violento litigio con un cavaliere, però, furono, nel 1608, motivo di espulsione dall’isola.

Un significativo rappresentante della pittura del regno di Napoli, invitato nel 1661 nella corte magistrale di Raphael Cotoner, fu il calabrese Mattia Preti (1613-1669) che morirà proprio a La Valletta. Decorò la concattedrale e il vecchio duomo di San Paolo di Medina e dipinse molti altri quadri nelle chiese isolane.

Nel XVII e nel XVIII secolo la prosperità di Malta fu in evidente contrasto con le condizioni delle altre isole mediterranee, anch’esse assediate dai musulmani. Nonostante l’esclusivismo aristocratico dei Cavalieri e la consuetudine del droit de seigneur da loro esercitato nei rapporti privati, lo Stato si presentava ai viaggiatori europei ricco, ordinato e amministrato con avvedutezza.

Una fonte primaria di ricchezza del piccolo arcipelago era costituita dal commercio degli schiavi: nel Settecento vi lavoravano almeno duemila turchi, arabi o berberi catturati su navi mercantili o da guerra nelle incursioni al largo della costa africana.

Lo scudo maltese coniato nell’isola era piuttosto quotato, come diventò famoso l’ospedale con la sua corsia lunga sessanta metri e la modernità delle prestazioni che garantiva: i pazienti erano assistiti dagli stessi Cavalieri e serviti, per motivi igienici, in piatti d’argento.

Il Settecento fu il secolo della decadenza dello Stato maltese: i Cavalieri, infatti, avevano messo da parte i principi che li avevano ispirati inizialmente e la perdita di uno dei suoi membri più autorevoli, la Lingua d’Inghilterra, diventata protestante, rappresentò un duro colpo.
I Cavalieri, nondimeno, non rinunciarono al grande interesse di costruire e le linee Cotoner, tra le più vaste e munite fortificazioni europee, lo dimostravano.

La confisca, nel 1797, dei beni dell’ordine ubicati in Francia peggiorò una situazione ormai critica, nonostante l’offerta di protezione da parte dello zar Paolo I di Russia. L’imponente flotta francese, guidata da Napoleone Bonaparte, diretta in Egitto, sostò al largo di Malta e, con il pretesto che i governanti locali avevano rifiutato il rifornimento di acqua richiesto, entrò nel porto de La Valletta, ponendo fine all’indipendenza dell’isola (12 aprile 1798).

L’ultimo Gran Maestro sovrano Ferdinand von Hompesch zu Bolheim accettò con fatalità l’occupazione e lasciò per sempre Malta, dimettendosi poi nel 1799. L’Ordine continuò la sua attività ospedaliera cambiando varie sedi, ma senza più recuperare il potere temporale.

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Posted by on 9 dicembre 2016. Filed under ARCHIVIO, CULTURA. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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