La gente era preoccupata per la guerra che si avvicinava anche nel nostro paese (Figline Valdarno) e molti avevano cercato scampo nelle campagne. In quel momento io ero fidanzato con la donna che ho sposato, Zita. Lei si trovava sfollata a Santa Lucia (una località; posta sulle pendici delle colline del Chianti nel comune di Figline) dalla famiglia colonica Calvelli ed io facevo parte del movimento clandestino di liberazione ed ero incaricato di tenere i contatti con la Resistenza.

Mi univo ai partigiani che si trovavano in Pian d’Albero (una casa colonica isolata da tutti e circondata da boschi) approfittando delle visite che di frequente facevo alla mia fidanzata. Ci passavo alcuni giorni, ci dormivo, ci mangiavo e tenevo i contatti con le formazioni partigiane. Durante un giro fatto nella zona di Santa Lucia, in quel mese di giugno incontrai un giovanotto che stava girovagando ed a me sembrò; anche con un fare sospetto.

Mi avvicinò; e mi chiese se potevo indicargli dove era la formazione dei partigiani. Rimasi sorpreso a quella domanda e sostenni che non lo sapevo. Cercai di farlo parlare, gli chiesi quali erano le ragioni della sua richiesta. Egli mi disse e mi dimostrò; attraverso un tesserino, che era un carabiniere fuggito dal raggruppamento che si trovava in quel momento in Pian di Rona (nel comune di Reggello) ed intendeva darsi alla macchia. Quando ebbi la certezza che questo giovane era veramente intenzionato a fare quello che diceva, gli dissi che se questa era la sua volontà;, la mattina dopo insieme ad una guardia campestre della famiglia Calvelli, avremmo cercato di aiutarlo a fare quello che desiderava. La notte seguente dormì; in camera insieme a me ed alla guardia campestre Renato Calvelli.

La mattina dopo, io, il carabiniere che poi mi disse essere di Bagno a Ripoli e di cui non ricordo il nome, ed il Calvelli ci dirigemmo verso l’accampamento partigiano posto a Pian d’Albero. Ad un certo tratto della strada trovammo Aronne Cavicchi, un ragazzo molto brillante (la famiglia Cavicchi abitava nella casa colonica di Pian d’Albero) che purtroppo nei giorni successivi venne preso ed impiccato dai tedeschi. Quando ci vide dette l’allarme ai partigiani, ma poi fu una risata generale perché;, così; almeno si giustificò;, lui aveva inteso scherzare in quanto ci aveva ben riconosciuti e la cosa finì; lì;.

Presentammo questo giovane carabiniere ed anzi io dissi mentre gli ritiravano i documenti, che il nome di battaglia lo avrei scelto io. Lo dovevano chiamare “Brusio”, proprio perché; durante la notte da quanto aveva parlato ci aveva fatto dormire ben poco. Era un ragazzo molto ameno, molto simpatico, un ragazzo a cui piaceva molto parlare.

Dopo alcuni giorni 4 o 5, non ricordo di preciso, però; mi ricordo bene la data, il 19 giugno 1944, dopo le 18,30 mentre mi trovavo alla casa Calvelli che non prospetta direttamente sulla strada ma si trova sui campi, attraverso una stradella passò; una pattuglia di partigiani composta da 5 persone. Quando li vidi ci salutammo e chiesi dove erano diretti. Uno di loro mi disse: “andiamo a minare il ponte sul Cesto (si tratta di un ponte che scavalca il torrente Cesto sulla strada statale che alla periferia sud di Figline conduce verso Arezzo) per farlo saltare”.

Feci presente che dovevano stare bene accorti perché; in fondo alla strada che da lì; si vedeva, verso la casa del Duranti (un’altra famiglia di coloni che abitavano nella casa più; a valle), dietro un pagliaio avevo visto arrivare una topolino mimetizzata, una macchina con alcuni tedeschi. Loro mi dissero che avrebbero fatto il possibile per non incontrarli. Io feci presente il compito che avevano e che quindi dovevano evitare di incontrarsi con questa topolino. Scesero verso valle e quando arrivarono in fondo alla stradella, vidi dalla mia posizione dominante, che tre compagni partigiani camminavano lungo il campo che confina con la strada che porta a S. Lucia e gli altri due erano dall’altra parte.

In quel momento la topolino uscì; da dietro il pagliaio e si mosse lungo la stessa strada che facevano i partigiani. Ad un certo punto vidi che avanti alla topolino c’era un tedesco con un moschetto in mano che camminava davanti. Vidi una parte dei partigiani risalire sulla scarpata per venire sulla strada impugnare il fucile e sparare. Il tedesco a piedi si dette a corsa indietro, mentre i partigiani riuscirono a circondare la topolino e a prendere un tedesco prigioniero che poi mi dissero era già; stato ferito.

Nel frattempo i partigiani fatto questo bottino, risalirono la strada per tornare da dove erano venuti ed andare a preparare l’azione verso il ponte sul Cesto. Io attraversai i campi ed arrivai sulla strada. Chiesi a questi compagni, vedendo la topolino vuota, dove si trovava in quel momento il tedesco prigioniero. Mi dissero che il tedesco era stato ucciso e che quindi, per non portare su al campo un cadavere l’avevano abbandonato in una buca dove i boscaioli facevano il carbone. Presero la topolino e si incamminarono verso il ritorno. In quel momento suggerii loro di essere molto prudenti e soprattutto di abbandonare la topolino. Loro mi dissero che avrebbero visto il da farsi quando fossero arrivati lì; a Carpignoni (una casa colonica che si incontra sulla strada che porta a Pian d’Albero) da un colono che si chiamava Pimpa di soprannome.

Dopo circa un’oretta dal primo incontro con i partigiani, arrivarono le prime pattuglie di tedeschi alla casa dove eravamo. Il cielo stava diventando grigio, c’erano i segnali del buio che arrivava e noi eravamo già; entrati in casa. Una pattuglia di tedeschi proveniente dal Palagio (sede della fattoria dove avevano la base i tedeschi) che distava da noi solo qualche chilometro ci chiese se avevamo sentito qualcosa, se sapevamo dove fossero i partigiani, se avevamo visto persone sospette. Nessuno sapeva niente ed anche tutti i coloni dissero di non avere visto niente. Allora ci chiesero in modo perentorio di rimanere chiusi in casa perché; qualunque persona che fosse uscita e fosse stata trovata fuori in quelle ore di buio, avrebbero sparato a vista.

Rimanemmo chiusi in casa senza sapere quello che avveniva all’esterno. La mattina del 20 giugno alle prime luci dell’alba stavo ancora dormendo ma venni svegliato di soprassalto: c’erano dei tedeschi armati in camera che mi fecero cenno di vestirmi, di mettermi i pantaloni. Un tedesco frugò; in un comodino, trovò; una pistola che non era mia ma di quella guardia campestre di cui ho parlato avanti, la guardia Calvelli che si era già; alzato ed era uscito mentre io dormendo, non me ne ero accorto. Il tedesco prese la pistola, andò; alla finestra e la mostrò; ai suoi camerati che si trovavano nell’aia sottostante.

Mi spinsero fuori e vidi che c’erano altre persone che stavano arrivando insieme ad altre pattuglie. Tutti i membri della famiglia e tutti noi che si trovavamo in questa casa dei Calvelli, venimmo messi insieme agli altri che erano stati rastrellati durante il percorso dal Palagio fino a noi. Vi erano uomini e donne, fra questi anche la mia fidanzata e mia suocera. Venimmo raggruppati insieme ed assiepati vicino al bosco confinante con S. Lucia (la casa di campagna della contessa Serristori, poco più; in alto verso la strada di Pian d’Albero). Facemmo questo tratto di strada spinti dai tedeschi che erano saliti su con due camion carichi di uomini chiedendoci ancora si trovano i partigiani. Nessuno parlava e quindi dissero che ci avrebbero fucilato ed i primi sarebbero stati i “non marito” così; dissero loro, cioè; coloro che non erano sposati. Zita, la mia fidanzata si fece dare la fede nunziale da sua madre e me la passò;. Nel frattempo vennero presi dal gruppo due giovani, uno era Turrini Giuliano sfollato ad una casa sottostante a dove ci trovavamo noi, l’altro era un colono, Giuliano Caldelli, da non confondere con Calvelli, la guardia giurata.
Vennero messi davanti a noi sul ciglio del bosco con dietro un profondo pendio e mentre alcuni tedeschi presero la mira con i loro fucili, Giuliano Caldelli scappò; buttandosi lungo il pendio e cercando di fuggire, ma una raffica di mitra lo fulminò; e rimase morto. Restammo tutti ammutoliti. Alcuni tedeschi scesero fra i dirupi, raccolsero già; esanime il Caldelli e lo riportarono di sopra. Poi si avvicinarono al nostro gruppo presero due coloni, li misero in testa ad una pattuglia seguendo le impronte lasciate da quella topolino che era stata trainata dai partigiani con un paio di buoi ed arrivarono in cima del colle da dove si vedeva la casa colonica Cavicchi (Pian d’Albero). Noi rimanemmo ai piedi del monte, faceva piuttosto fresco perché; era un periodo in cui tutti i giorni faceva un po’ di pioggia.

I tedeschi rimasti di guardia a noi accesero un fuocherello e si scaldarono. Non ricordo quanto tempo passò; forse, un’ora, nel frattempo avevamo sentito dei crepitii di armi in lontananza ed ad un tratto da un lato del bosco spuntarono 4-5 tedeschi con una barella rudimentale che trasportavano un militare. Sembrava morto. Rivolti verso di noi dissero “uno tedesco, 10 kaputt”. Poi cominciarono ad arrivare dal bosco alla spicciolata dei partigiani prigionieri spinti dai tedeschi col calcio dei fucili. Erano 18, li contai, alcuni con la tuta blu da meccanico. Ci divisero in gruppi e ci fecero incamminare lungo la strada: quelli presi nel bosco avanti, seguiti da un camion pieno di tedeschi, dietro noi e dietro a noi un altro camion carico di tedeschi. Noi camminavamo lungo la strada controllati dai tedeschi con i fucili mentre altri tedeschi nel frattempo si erano inoltrati nei campi incendiando i casolari. Dietro di noi si vedevano nubi di fumo che si alzavano verso il cielo ad un tratto le donne che erano con noi furono chiamate per allontanarsi. Rimanemmo tutti gli uomini, i 18 presi in combattimento davanti ed altri 18 fra i quali mi trovavo anch’io e proseguendo arrivammo alla fattoria del Palagio .

Ci misero nelle stalle, anche lì; divisi e controllati sempre dai tedeschi, poi venne un ufficiale ed indicando uno del nostro gruppo ed uno del gruppo partigiano disse: “se in 5 ore non siete di ritorno col tedesco e con la macchina, tutti kaputt”. A questo punto successe un fatto che ha dell’incredibile. Giuliano che era stato indicato per andare alla ricerca del tedesco e della macchina, era un giovane renitente alla leva che io avevo conosciuto al campo. Era un ragazzo biondo giovanissimo di Ponte a Ema e credo che facesse il fornaio. Rifiutò; l’invito dell’ufficiale perché; disse che non conosceva la strada e quindi si fece immediatamente avanti un altro partigiano “Il Molla” originario della Stecco (una frazione di Figline) che disse “io la conosco la strada”. Quindi fu mandato lui e l’altro del nostro gruppo. Capimmo subito che loro si sarebbero sicuramente salvati la vita, mentre non sapevamo quale sarebbe stata la nostra sorte, tanto più; che io sapevo bene che fine aveva fatto il tedesco che cercavano.

Alle 5 del pomeriggio puntuali arrivarono i tedeschi con un ufficiale. Dettero degli ordini ai tedeschi che erano di guardia a noi, ci portarono fuori sempre divisi, ci fecero incamminare per breve tempo e ci portarono in un ampio spazio dove c’erano dei tavoloni stretti e lunghi e dietro a questi si trovava un camion con la croce uncinata.

Gli ufficiali presero posto dietro i tavoli come se fossero dei giudici e incominciarono a dare degli ordini che fecero capire, indicando il gruppo che comprendeva i partigiani che erano stati presi nel bosco che loro avrebbero fatto kaputt e noi invece saremmo stati deportati in Germania. Fu già; un sollievo quando feci presente ad alcuni del mio gruppo la sorte che ci poteva toccare.

Appena finito quello che apparentemente poteva sembrare un processo, ci fecero incamminare nella strada che porta a S. Andrea (una chiesa parrocchiale lì; vicino) e lungo quello stradone incominciarono le esecuzioni per impiccagione che mi sembra di rivedere ancora davanti a me. Ricordo quando fu impiccato Aronne Cavicchi, il ragazzo di 14 anni che nonostante la sua giovanissima età;, sembrava un uomo fatto. Fu, mi sembra il quarto ad essere impiccato. Si guardarono sia lui che suo padre, perché; anche lui si trovava fra coloro che dovevano essere impiccati e non ci fu né; un grido né; un lamento. Questo ragazzo morì; come un eroe.

Dopo di lui toccò; ad un altro giovane con la tuta blu e mentre i tedeschi lo sollevavano da terra, perché; la tecnica che usavano consisteva in un tedesco che si arrampicava sull’albero, legava la fune, erano funi o corde che erano state prese ai contadini per legare i buoi, e poi lasciavano cadere la vittima, ma in quell’occasione ad un strattone del corpo, la corda si sciolse ed egli cadde a terra. I tedeschi senza scomporsi lo presero, lo risollevarono, gli misero nuovamente il cappio al collo e dettero uno strattone più; potente ed il ragazzo questa volta rimase con la carotide stroncata.

Quando circa la metà; dei giovani partigiani furono impiccati, erano 8-9, venne un frate della Poggerina (un convento sulla strada provinciale che porta a Greve) si avvicinò; a questi ragazzi, e cercò; di confortarli in quel momento in cui ormai la morte si stava avvicinando. Pian piano arrivammo al completamento della carneficina che i tedeschi si erano preposti di fare. Dopo avere compiuto questa strage i tedeschi ci radunarono e ci riaccompagnarono alla fattoria lasciando per tutta la notte ed il giorno dopo questi corpi pendenti dalle piante a testimonianza della loro ferocia, quale monito alla popolazione.

Nel pomeriggio del giorno dopo, ci fecero uscire, ci portarono sul luogo dell’eccidio, a S. Andrea (dove attualmente esiste un cippo a ricordo del fatto e dove sono rimasti alcuni gelsi di quelli usati per l’impiccagione), ci fecero fare una buca e poi ci fecero staccare i partigiani impiccati e ce li fecero sotterrare in quella fossa comune. Dopo aver compiuto questo atto ci riportarono a S. Andrea ci chiusero dentro una stalla e loro fecero una festa. Ci dissero che per loro era una grande festa e si misero a suonare e ballare nell’aia.

Durante la notte ci fu un allarme; vennero i tedeschi e vedere lì; dentro alla stalla se c’era stato qualche movimento anche se l’allarme veniva dall’esterno non da dove eravamo noi e ci chiesero se tutti eravamo al proprio posto e se non c’era stato nessun tentativo di evasione. Rispondemmo di no, ci richiusero e se ne andarono.

Per ben 3-4 giorni ci portarono insieme con loro nella campagna per aiutarli a far razzie di animali per approvvigionarsi e questo fece sì; che alcuni di noi poterono prendere contatto con qualche colono che ci permise di far conoscere ai nostri familiari che eravamo vivi perché; c’erano dubbi su molti di noi che fossimo stati coinvolti nell’impiccagione.

Dopo questi giorni in cui ci tennero prigionieri, il fronte si avvicinava continuamente e questa fu la nostra fortuna, perché; i tedeschi si trovavano nell’impossibilità; di avere un mezzo a disposizione per poterci caricare tutti e 18 e portarci in Germania come dicevano. Allora ci dissero che ci avrebbero liberati ed abbandonati. Ci fecero presente di non farci vedere più; in campagna, perché; era più; pericoloso che stare nei centri abitati e di far in modo di non si ricadere nelle loro mani, perché; questa volta eravamo stati fortunati e che quindi chissà; se in un’altra circostanza potevamo avere la stessa fortuna.

Vincenzo Tani

Fonte testo: Regione Toscana

Fonte foto: Gedenkorte

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