BREVE STORIA DELLA COSMETICA

31/07/10
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I motivi per i quali nasce la cosmetica in tempi remoti, sono essenzialmente tre: magia o religione, appartenenza a tribù o casta, simboli bellici.

L’arte dell’apparire è strettamente collegata all’abbigliamento sia per ciò che riguarda la storia dei colori, sia per le mode.

Assiri, babilonesi, ebrei ed egiziani, grazie alla ricchezza di minerali e piante, poterono usufruire della materia prima per oli e unguenti profumati, e per i cosmetici: antimonio e carbone, lapislazzuli, cinabro e carminio, malachite.

La mitica Semiramide, che potrebbe essere stata la regina babilonese Shammuramat del IX secolo p.e.V., usava una sorta di rimmel composto da antimonio, carbone o minerale di piombo. Cleopatra, nel I secolo p.e.V. utilizzava creme fatte dal 90 % di grassi animali e per il 10 % di balsami.

La moda si diffuse anche in Grecia, i cui abitanti avevano un’attrazione particolare per il vicino Oriente: essi non solo ne assimilavano gli usi, ma compravano anche i prodotti da quelle regioni. Nell’era della filosofia, si svilupparono forti critiche verso la diffusione di quest’arte dell’apparire, tanto che Solone, nel VI secolo e.V. promulgò leggi contro l’uso dei cosmetici.

All’inizio della società di Roma, i guerrieri facevano pochissimo uso di cosmetici e generi di lusso. Con l’opulenza portata dall’età imperiale si affermò il fasto e cambiarono i costumi. Per sbiancare ed ammorbidire la pelle si usava il latte d’asina e per darle freschezza, invece, la cospargevano di cerussa, una crema a base del velenoso ossido di piombo.

Rossetti e “fard” erano composti dal minio, altro minerale tossico proveniente dalla Spagna. Il nerofumo serviva per l’abbellimento degli occhi, mentre cominciarono a diffondersi anche le parrucche.

Nel II secolo la cosmetica entra in contatto con la medicina, grazie al medico greco Galeno.

Col Medioevo si tornò ad un periodo molto più semplice e meno appariscente. Dal Trecento al Cinquecento si svilupparono le città italiane e si posero al centro del mondo della raffinatezza. Napoli, Firenze, Bologna, Venezia, Milano e Genova diventarono centri produttori di creme, profumi, ciprie e tinture, spesso ancora composte da ingredienti velenosi. Con l’aumentare della diffusione delle mode e quindi di questi prodotti, aumentarono anche le critiche verso la fastosità, non solo dalla Chiesa ma anche da scienziati e letterati che erano preoccupati dalla femminilità dei ragazzi.

L’obiettivo delle centinaia di leggi “anti sfarzo”, promulgate dal Duecento al Settecento dalla nobiltà, era quello di limitare il diffondersi del lusso nella borghesia, forte classe in via di sviluppo. L’arricchimento e quindi la capacità di consumo da parte della borghesia, cocciava contro le esclusive prerogative dei nobili.

Il centro di produzione dei cosmetici si spostò quindi in Spagna e soprattutto in Francia dal XVII secolo alla Rivoluzione Francese. L’utilizzo di ciprie in questo periodo era ritenuto sostituente dell’acqua, in quanto si pensava che essa fosse pericolosa. I famosissimi nei finti (“grain de beauté”) servivano più che altro per coprire macchie e cicatrici di vaiolo.

Nel secolo della scienza, l’Ottocento, i criteri igienici cambiano ed al posto di sostanze tossiche e velenose, ecco che si utilizzano ricette naturali.

Oggi più che mai, viviamo in un’epoca in cui l’apparire conta più dell’essere. Viviamo in un’epoca in cui la classe dei lavoratori invidia quella dei borghesi e ne imita anche gli usi, qualora ne abbiano potere d’acquisto.

Oggi, viene fatto passare il messaggio esaltatore di bellezza. Già, ma quale bellezza? Quella effimera delle mode e del livellamento sociale, o quella naturale ed originale di ciascuno di noi?

Basta entrare in qualsiasi profumeria per vedere che la maggioranza dei prodotti cosmetici sono di lusso, come fossero abiti d’alta moda, firmati da stilisti straricchi ed effeminati che impongono le mode. Oggi, il consumatore, acquista un simbolo, non la sostanza