Firenze, Commemorazione alluvione: L’intervento del sindaco Nardella

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Questo l’intervento del sindaco Dario Nardella in occasione della commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’alluvione con il presidente della repubblica Sergio Mattarella.

Illustre Presidente, cari membri del governo, autorità tutte, signore e signori, angeli del fango,

Era piovuto tanto, in quei primi giorni di novembre del 1966, l’Arno sembrava scoppiare, i fiorentini si sporgevano dalle spallette dei lungarni per vedere l’acqua scura che saliva. Ma non c’era la percezione del pericolo, nessuno dette l’ordine di evacuazione, nessuno dette l’allarme. L’acqua arrivò di notte, quel 4 novembre, e colse la città inerme e impreparata, colpendola con furia.

Padre Ernesto Balducci, in un articolo della rivista Testimonianze da lui fondata, a pochi giorni dal disastro disse: “Firenze c’è, ma poteva non esserci più”. In poche parole Balducci racchiude il senso di una tragedia.
L’acqua nera, la poltiglia informa mischiata con fango e nafta, che inesorabile arrivò nelle strade, ruppe argini, distrusse negozi, danneggiò pesantemente il patrimonio artistico, librario e culturale fiorentino, uccise, avrebbe potuto piegare inesorabilmente la nostra città. Non ci riuscì. I fiorentini, in primis, e poi le autorità, i comitati popolari nati spontaneamente nelle parrocchie e nelle sedi di partito, e poi l’enorme eco che l’alluvione ebbe a livello mondiale, riuscirono a compiere in poco tempo un miracolo e consentirono di poter far fare, pochi mesi dopo, al sindaco dell’alluvione Piero Bargellini un viaggio negli Stati Uniti per dire grazie, per dire che Firenze era viva.

L’alluvione sopraggiunse come una bomba sconosciuta, mai sperimentata prima, di cui tutti ignoravano presagi e conseguenze. Poi, l’orrore. Non è una parola eccessiva. L’orrore della morte, prima di tutti. Morirono 35, trentacinque persone, 17 in città, 18 nella provincia. Ma anche l’orrore per la città paralizzata sotto il fango: negozi e imprese distrutti, attività interrotte, opere d’arte danneggiate, alcune irrimediabilmente, soccorsi difficili. E anche la sensazione di essere soli, di essere stati lasciati soli, a fronteggiare l’emergenza.

Il mondo, l’Italia pure, tardarono ad accorgersi di cosa era successo. Non c’era internet, non c’erano i telefoni cellulari. Il sindaco Bargellini riuscì a parlare ai fiorentini solo a metà mattina, dal ponte radio dell’Agenzia Ansa. “Fiorentini! – disse -. In questo momento mi giunge la triste notizia che l’acqua dell’Arno è arrivata in piazza del Duomo. In alcuni quartieri è già arrivata al primo piano. Invito tutti alla calma. Chi ha battelli di gomma li faccia affluire in Palazzo Vecchio”. Da lì coordinò i primi soccorsi e da lì, come confessò alla figlia Antonina, si sentiva impotente. “da quella notte – racconterà poi lei – smise di essere mio padre e diventò il padre di tutti i fiorentini”. Sempre da Palazzo Vecchio parlò due giorni dopo, in un consiglio comunale spettrale convocato con la massima urgenza, citando ”quartieri emersi” e “quartieri sommersi”.

Le immagini di quei giorni che tutti abbiamo in testa e nel cuore sono di una città completamente inondata, dove i monumenti più noti sembrano soccombere alla furia del fiume. Esemplare mi appare la foto di uno dei soccorritori del Crocifisso di Cimabue, Salvatore Franchino, che allarga le braccia, sconfitto, di fronte all’opera bagnata dal fango. Quel Cristo al cui passaggio da Santa Croce a Boboli dove era stato allestito il centro di recupero delle opere d’arte danneggiate, i fiorentini intenti a spalare il fango si fermano, si tolsero il cappello, in un religioso silenzio, come se stesse passando il feretro di un amico morto in guerra.

Oggi questa opera di mirabile bellezza si può nuovamente apprezzare, accanto a moltissime altre opere d’arte restaurate grazie all’insostituibile lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure, che dall’esperienza dell’alluvione, trasse l’energia per crescere e diventare un’eccellenza mondiale.

Anche per questo la città seppe rialzarsi. Ferita, abbattuta, ma non sopraffatta. Subito i fiorentini si diedero da fare, parrocchie e sedi di partito organizzarono comitati senza neppure aspettare le autorità romane.

Da tutta Italia e dall’estero arrivarono organismi di soccorso e aiuti. Arrivano i militari, a migliaia, le forze dell’ordine. Arrivarono giovani, centinaia e centinaia, spontaneamente o tramite amici e scuole, col semplice passaparola. Diventarono quelli che il giornalista e scrittore Giovanni Grazzini definì Angeli del fango, voi! Dal vostro impegno appassionato nacque la prima esperienza di solidarietà globale e organizzata che dette vita alla nostra protezione civile alla quale tanto dobbiamo anche oggi. Di voi, Angeli, restano indelebili le immagini di giovani sorridenti con vestiti e scarpe melmosi, appoggiati a un portone a fumare una sigaretta, oppure con l’acqua fino alle ginocchia, mentre in una catena umana improvvisata vi passate di mano in mano i libri fradici raccolti dall’acqua che aveva invaso la Biblioteca nazionale. Lì vi vide Ted Kennedy, allora giovane senatore che venne dopo le alluvioni contestuali di Venezia e Firenze. “Centinaia di giovani – dichiarò – che si erano riuniti per aiutare, come se sapessero che l’alluvione della biblioteca stava mettendo a rischio la loro anima”. Ugualmente colpito e testimonial fu Richard Burton, che dette voce a uno storico documentario girato da Franco Zeffirelli, subito tornato nella sua Firenze da Roma non appena ebbe notizia dell’accaduto. Anche grazie a questo film, intitolato ‘Per Firenze’, arriveranno alla città aiuti da tutto il mondo.

Tra i tanti soccorritori mi piace citare il babbo di un bambino morto ad Aberfan, una piccola cittadina mineraria del Galles, dove, nell’ottobre del 1966, a causa di una frana era stata distrutta una scuola. Morirono moltissimi bambini. Quell’uomo viaggiò apposta fino a Firenze, con un piccolo furgone carico di giochi e vestiti da donare ai bambini sopravvissuti.
Quanto è struggente vedere bambini innocenti vittime delle catastrofi naturali, come i bambini strappati alla vita in quei giorni del ’66 dal fango e dall’acqua a Sesto fiorentino e a Reggello, ma quanto è tenero e rincuorante abbracciare bambini sopravvissuti, simbolo della speranza che non muore, come Giorgia, la bimba salvata dopo 17 ore trascorse sotto le macerie a Pescara del Tronto, o come il bimbo di 11 anni che Ella Signor Presidente sotto gli occhi commossi di tutti noi ha accarezzato e confortato con affetto paterno, tra le macerie di Norcia. Perché non possiamo non rivolgere, proprio oggi, un pensiero di solidarietà, di comprensione, di incoraggiamento, a tutte le popolazioni così pesantemente colpite dalla furia imprevedibile del terremoto. Vogliamo urlare ai nostri concittadini di Accumoli come di Arquata, di Amatrice come di Norcia, non siete soli! Così come non lo siamo stati noi fiorentini 50 anni fa. E fu grande il conforto della visita del Presidente Saragat allora, così come lo è stato per le popolazioni del Centro-Italia due giorni fa La sua ultima visita. Grazie Signor Presidente, perché ci fa comprendere quanto sia decisivo e incoraggiante sapere di avere le istituzioni accanto.

Perché l’alluvione colpì tanto il mondo?

Il popolo di Firenze, scrisse esemplarmente Giorgio La Pira in una lettera di ringraziamento a Papa Paolo VI dopo che il Pontefice era venuto a Firenze a celebrare la messa di Natale 1966, “è quello autentico, quello che ha sete di originale giustizia sociale, che ha sete di pace internazionale, che ha sete di lavoro, di bellezza, di intelligenza, di creatività, di storia religiosa e civile: il popolo di Dante, di Giotto, di Masaccio, di Brunelleschi, di Michelangelo, del Beato Angelico”.

Il lutto di Firenze era quindi il lutto dell’Italia tutta e del mondo intero, rappresentato per la prima volta dalla televisione in ogni casa, il lutto di chi sa di perdere non solo una città, non solo vite umane, non solo opere d’arte, ma un pezzo dell’anima del nostro paese, della sua storia, della sua umanità.

Oggi non è solo il giorno della celebrazione di un anniversario. I nostri morti non lo meritano. Oggi noi dobbiamo affiancare, al doveroso e rispettoso ricordo, impegni e risposte. Impegni che cominciano da un confronto e un dialogo internazionale con gli altri Paesi e le altre città del mondo, perché le catastrofi naturali non risparmiano nessuno e ci impongono soluzioni globali, dalla lotta al cambiamento climatico, alla prevenzione, all’informazione e coinvolgimento delle popolazioni. Di questi argomenti abbiamo dibattuto proprio nei due giorni appena trascorsi qui, in questo salone, con 60 sindaci di città da tutto il mondo.
E’ riecheggiata più volte qui la parola “resilienza”, ovvero quella capacità di sopravvivere all’emergenza, sapersi adattare ai cambiamenti improvvisi e, soprattutto, superare le criticità che nascono da questi. E’ questo il destino delle nostre città, corpi vivi e fragili, intrisi di valori universali e di umanità, che devono saper convivere con i propri territori, i propri mari, i propri fiumi.

Firenze è nata più di duemila anni fa in riva all’Arno, un fiume inquieto, di cui le cronache dei secoli passati ci raccontano le piene e le tragedie, ma un fiume vitale per la città, lo specchio d’acqua ‘nastro d’argento’ dove i fiorentini imparavano a nuotare. Un alleato, un compagno insomma. Dopo l’alluvione l’Arno tornò drammaticamente ad essere un nemico, cominciò a far paura. Da allora, nei periodi più piovosi dell’anno in tanti si fermano sulle spallette dei ponti per verificare che l’ondata di piena non superi la soglia di sicurezza.

E dagli impegni alle risposte. E’ stato calcolato che una nuova alluvione delle dimensioni di quella del 1966 costerebbe circa sei miliardi di danni. Dopo 50 anni non vogliamo che la storia si ripeta. Le alluvioni non sono improvvise come i terremoti, e soprattutto se ne possono prevenire e mitigare gli effetti con opportune opere idrauliche. La vera cura è la prevenzione. Purtroppo la gestione del dissesto idrogeologico ed idraulico e dei suoi effetti è sempre stata trascurata. Troppo debole la memoria, forse, oppure troppo ingenti i costi che servono per la messa in sicurezza, con poca remunerazione in termini elettorali, insieme a una lentezza burocratica indegna di un Paese civile, hanno ingenerato anni e anni di ritardi e rinvii.
Una svolta vi è stata un anno fa: la firma per l’assegnazione di un primo stralcio di 106 milioni di euro per proteggere la città metropolitana e il territorio toscano dal rischio esondazioni e dal rischio idrogeologico con opere tempestivamente cantierabili. Si tratta di un accordo di programma quadro tra Regione Toscana, Ministero dell’ambiente, l’unità di missione di Palazzo Chigi #Italiasicura e Città Metropolitana di Firenze. I fondi sono interamente destinati alle opere strategiche più urgenti per la protezione dal rischio idraulico e idrogeologico. Tra questi ci sono le quattro casse di espansione a monte di Firenze e l’adeguamento dell’invaso di Levane. I lavori dovrebbero essere ultimati a fine 2018.

Mi auguro, la città si augura, che sia così. Ricordare gli errori del passato serve se non li ripetiamo. E’ ancora alto il rischio per Firenze e il suo territorio nell’ipotesi di un nuovo 4 novembre 1966. Ma è l’Italia tutta che non può più permettersi di rischiare. Salvare Firenze, avere cura del nostro territorio e del nostro patrimonio culturale, significa davvero, oggi più che mai, salvare l’essenza stessa del nostro essere umani.

Grazie a tutti, viva Firenze, viva l’Italia