La decorazione della facciata, più volte segnalata dalla letteratura (assieme alla volta di un gabinetto terreno affrescato dallo stesso Salviati e a una statua di Esculapio del Giambologna posta a capo della scala), è rimasta a lungo occultata sotto uno spesso strato di sporco che la rendeva illeggibile. Nel 1938 fu imposto al marchese Federico Fossi il restauro del fronte, in occasione della venuta a Firenze di Hitler del maggio di quell’anno, ma per mancanza di fondi fu eseguita (fortunatamente, visti i limiti delle metodiche del tempo) solo una semplice spolveratura, che non migliorò di molto la situazione. Il sorprendente recupero del ciclo venne infine compiuto grazie ad un intervento di restauro eseguito tra il 1994 e il 1996 con la direzione del cantiere affidata all’ingegnere Rolando Chiodi (incaricato dalla proprietà che ha sostenuto gli ingenti costi dei lavori), il coordinamento di Andrea Todorow e la collaborazione e il supporto tecnico scientifico dell’Opificio delle Pietre Dure e della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Firenze.

Ad oggi, purtroppo, la visibilità del ciclo pittorico risulta già parzialmente ridotta per le polveri depositatesi sulla superficie pittorica, e per gli altri fattori di degrado legati all’inquinamento ambientale della zona.

Il palazzo appare (come palazzo Coppi) nell’elenco redatto nel 1901 dalla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, quale edificio monumentale da considerare patrimonio artistico nazionale, ed è sottoposto a vincolo architettonico dal 1936.

Il palazzo venne venduto per tremila scudi a Bernardo di ser Alessandro Guidi Arrighi nel 1634, e da allora cambiò diversi proprietari: i Quaratesi (1705), i Coppi (1842), i Lecchini e infine i Fossi (1890), tramite il marchese Federico, i cui discendenti lo posseggono tutt’oggi.

Originariamente fu costruito nel Quattrocento per gli Alberti, che possedevano dal Trecento la maggior parte degli edifici su questo lato della strada, chiamata, non a caso, “Corso degli Alberti”. Nel 1456 una serie di proprietà in questo sito venne venduta da Francesco di Altobianco Alberti a da Duccio di Noferi Mellini, esponente di una famiglia di mercanti originaria di Vicchio, che fin dagli anni ottanta del Trecento avevano partecipato attivamente alla vita politica della Repubblica e aveva anche donato alla vicina basilica di Santa Croce il pulpito di Benedetto da Maiano.

Tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento fu costruito l’attuale palazzo per volontà di Noferi di Duccio: per quanto una tradizione lo voglia su progetto di Michelangelo Buonarroti (negli interni un vano scale affiancato da due porte con un elaborato sistema di cornici in pietra serena mostrerebbe in effetti una certa analogia con un disegno dell’artista), presenta forme che rimandano sostanzialmente alle coeve architetture di Simone del Pollaiolo detto il Cronaca e di Baccio d’Agnolo.

Completato verso il 1575 per volere di Domenico di Marco Mellini, modificando parzialmente il precedente impianto, il palazzo è stato successivamente proprietà di varie famiglie. Gli affreschi sulla facciata, peculiarità del palazzo, furono commissionati dai Mellini verso il 1575 al non altrimenti noto pittore e decoratore olandese Giovanni Stolf, su cartoni di Francesco Salviati.

Così come riporta Agostino Lapini nel suo Diario Fiorentino dal 1552 al 1596: «Et in questo 1575, pochi giorni innanzi la Festa di San Giovanni, si scoperse la prima facciata dipinta delle case in Firenze, che fu quella del Vigna, che è dei Nunziati artefici, e la seconda fu quella del Mellino da Santa Croce dove è la Storia di Perseo dipinta medesimamente con colori».

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