Il cibo del pellegrino

Il tema del ‘cibo’ nel contesto del pellegrinaggio viene usato in Toscana per avvicinare le persone ad eventi più o meno interessanti, ma non sempre edificanti dal lato spirituale; l’interesse è nel ‘vendere’ prodotti della location in cui si svolge la manifestazione, con degustazioni di vario tipo. Eventi ‘laici’ nei quali andarci è una scelta puramente di palato.

Nel ‘cibo’ l’importanza è anche nel processo di elevazione dell’anima a cui si tende quando si organizzano taluni eventi ove vi sono anche itinerari in situ storici con ritrovamenti archeologici.

Nutrire l’anima dovrebbe essere, invece, un’opportunità per coloro che, grazie alle sovvenzioni e patrocini di enti e istituzioni, organizzano questo tipo di eventi rievocativi sul passato, la storia, l’arte e la cultura.

Sant’Agostino vedeva nel viaggio un mezzo particolare per conoscere Dio. Da questa doppia intuizione nasce la pratica del pellegrinaggio, che mette in movimento l’uomo verso una meta che gli permetta di entrare in relazione con il sacro.

Allora si può anche creare un evento, raccontando un lungo viaggio costellato da aneddoti, leggende e ricette plurisecolari.

Ad esempio da Gerusalemme alla via Francigena, che come è noto collega Canterbury a Roma, e dal Cammino di Santiago ai santuari mariani di tutti i continenti, il cibo era un momento di raccoglimento dopo la fatica svolta.

Il raccontare, ad esempio, come i biscotti secchi ed energetici siano stati gli alleati più affidabili dello scrittore ed esploratore medievale Leonardo Frescobaldi durante il suo famoso viaggio in Egitto e in Terra santa: non solo gli permisero di affrontare le vicissitudini della sua lunga e faticosa spedizione, ma salvarono anche la vita a un eremita greco affamato, che Frescobaldi incontrò nel deserto della Quarantena.

Quindi il ‘cibo’ è sacro e non va usato impropriamente quando si organizzano eventi storici o simili, poiché si offenderebbe la tradizionale blanquette di Lourdes, la conchiglia di san Giacomo che i fedeli raccolgono a conclusione del loro cammino a Compostela o dei preziosi consigli del ricettario benedettino medievale dell’abbazia di Einsiedeln.

La continuità storica delle pratiche devozionali e delle ricette rimaste invariate dovrebbe rafforzare, a chi organizza in Toscana questo tipo di eventi storici, la dimensione atemporale del buono e del bello ed evitare di ‘sfruttare’ questi ‘regali’ del tempo passato per un proprio lucro.

Questi organizzatori, sostenuti da enti e istituzioni, dovrebbero concedersi anche una deviazione tra le tradizioni di altre religioni del mondo, dando ulteriore prova dell’universalità del rapporto tra alimentazione e itinerario spirituale.

Il pellegrinaggio sottolinea il senso di provvisorietà della vita terrena: come l’uomo di fede, che crede nell’aldilà dove potrà realizzarsi la vera vita, si sente straniero su questa terra, così il pellegrino si sente sradicato da ogni contesto sociale: spesso, lungo la strada, è guardato con sospetto dalla gente del posto, proprio da quella gente da cui dipende totalmente per il cibo e l’ospitalità.

Chi parte per un pellegrinaggio abbandona la sicurezza della propria casa, va contro la corrente della normalità, rompe con la tranquillità delle cose di ogni giorno; inoltre, nei viaggi del passato, il pellegrino parte senza la certezza di tornare ed addirittura senza quella di arrivare alla propria meta: sa cosa rischia di perdere, ma è sicuro che il pellegrinaggio lo avvicini comunque al suo dio e lo porti a conquistare l’eternità.

Un testo agiografico del X secolo racconta di Oddone, abate di Cluny, in viaggio per un pellegrinaggio a Roma assieme a un giovane compagno, il monaco Giovanni, che sarà poi il suo biografo e ne scriverà la “Vita”.

Appunto in un passo di questa leggiamo che, mentre i due stavano attraversando le Alpi sulla via del ritorno da Roma, si affiancò a loro un vecchio contadino – pauper, lo designa il testo – con sulle spalle un sacco di vivande per il viaggio.

Quali vivande? Pane, aglio, cipolle e porri. Racconta Giovanni: “Il pio Oddone, appena vide quell’uomo, lo invitò a sedere sul suo cavallo e si mise in spalla il suo fetidissimo sacco.

Io non riuscivo a sopportare quel fetore, e mi allontanai dalla compagnia rallentando il passo”. Ma l’abate lo richiamò e gli disse: “Ahimé, ciò che quest’uomo può mangiare a te provoca nausea fino a non sopportarne l’odore?” Con tali parole fece vergognare il discepolo “e così facendo – conclude Giovanni – curò il mio odorato”.

Concludendo con un’ode ai «viaggiatori dell’anima» in questi eventi ‘mondani’ e poco ‘spirituali’: «solo il pellegrino errante che domanda cibo per partecipare alla vita è nell’atteggiamento giusto per cogliere il dono del mangiare e bere».

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