[Sesto F.no] Villa Gerini, la grotta artificale

La grotta artificiale, realizzata probabilmente dopo il 1688, anno in cui la villa viene ereditata dai Del Benino, si trova sullo sfondo orientale del grande salone. La posizione conferisce a questo luogo un aspetto raccolto e mostra la profonda diversità rispetto alle altre grotte simili presenti in altri palazzi o giardini fiorentini. Un caso è quella di Palazzo Giugni dove il ninfeo si trova ad un crocevia di percorsi, mentre altre similari strutture architettoniche risaltano per la loro posizione predominante.

Lo studio degli aspetti stilistici fa pensare che l’autore sia lo stuccatore e scultore Carlo Marcellini, lo stesso che tra il 1696 e 1698 realizza per l’architetto Antonio Ferri la grotta all’interno del Palazzo Corsini sull’omonimo lungarno.

L’uso delle rocce, delle conchiglie, soprattutto la disposizione delle ostriche perlifere e la presenza della statua di Galatea nel ninfeo del palazzo Corsini, figura che ricorda l’affresco sul soffitto della Galleria Capponi della Villa Gerini, mentre le figure dei putti che escono dalle rocce calcaree sono stilisticamente uguali.

Tutto l’insieme delle due grotte, pur essendo quella Corsini più ricca e maestosa, si confrontano sullo stesso piano, l’autore è chiaramente il Marcellini.

Gli stessi affreschi, non le aggiunte tardo ottocentesche a finto bersò, ma le tracce più antiche che si notano sulla parete di destra, nella parte centrale, ricordano i semplici tralci di foglie presenti alla grotta Corsini, opera di Alessandro Gherardini, anche se si esclude un suo intervento nella villa a Sesto Fiorentino. Da non confondere tale Alessandro Gherardini con Tommaso, che operò nella villa nella seconda metà del Settecento.

Grave errore viene fatto nel testo Le Grotte – Luoghi di delizie tra natura e artificio a Firenze, edito da Alinea nel 2002, nel quale la grotta di Villa Gerini viene semplicisticamente “grotta domestica” di gusto “neomanierista” realizzata nell’Ottocento, quando ne esisteva già una descrizione fatta al momento del passaggio di proprietà tra i Del Benino e i Gerini nel 1860.

La stessa Cristina Acidini, nel suo testo “La fonte delle fonti, iconologia degli artifizi d’acqua”, ne parla come “esempio inedito e discretamente conservato, la straordinaria grotta interna alla villa Gerini a Sesto Fiorentino (già Malavolti Del Benino).”

Molte grotte artificiali di Firenze sono state costruite secondo le indicazioni lasciate dal Vasari nel capitolo dedicato alle architetture ed arredi rustici.

L’idea principe era quella di riuscire a ricostruire la natura o quanto meno imitarla artificialmente mescolando elementi architettonici a rocce naturali.

Le concrezioni utilizzate o spugne calcaree erano tratta dalle cave situate nella Val di Marina a Calenzano e sono della stessa tipologia di quelle usate per la grotta del Buontalenti nel giardino di Boboli. (ved. Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per .., Volume 4 – Di Giovanni Targioni-Tozzetti)

Questo tipo di ambiente è molto importante presso una famiglia illustre, poiché rappresenta il culto della dinastia, la sua fortuna nella memoria degli avi.

La sua realizzazione è da centrare nel periodo di Ferrante Capponi, con numerosi interventi ottocenteschi, come l’aggiunta dello stemma dei Gerini, delle due figure che lo sorreggono e sicuramente delle figure antropomorfe, tritoni, posti all’ingresso della grotta.

Questa grotta o artifizio d’acqua è a pianta rettangolare, sormontata da una volta a botte con lunette, la cui parte centrale è occupata da un affresco ovale incorniciato da stalattiti di travertino aggrappate alla struttura di sostengo con perni metallici e fili di rame o altro metallo.

La restante parte della grotta è incrostata a mosaico rustico formato da tessere di marmo bianco, scorie di fusione nere e crostoni di travertino, decorata con corone di valve rilucenti di Melegrina margaritifera (ostrica perlifera) e dei piatti in porcellana posti al centro di ogni pennacchio e agganciati con staffe di metallo alla muratura. Questi piatti sono decorati con motivi floreali di tipo cinese, nei quali si riconosce la peonia.

La vicinanza della Manifattura Ginori farebbe pensare ad una provenienza locale di tali piatti in porcellana, ma da una ricerca nell’archivio del museo Richard –Ginori di Doccia, questi piatti non rientrano nella produzione di quelli conservati e catalogati dal 1737 al 1942. Si deve però osservare che la Manifattura ha prodotto modelli ispirati all’estremo oriente negli anni del cosiddetto “primo periodo”, compresi tra il 1737 e il 1757, ma nulla toglie che possano essere stati fatti su ordinazione e con disegni diversi da quelli realizzati nella produzione commerciale.

L’uso della melegrina margaritifera è comune ad altre grotte, come quella a Palazzo Pitti del Buontalenti, Palazzo Corsini e Giugni. Tra l’altro l’affinità stilistica e cromatica con quella di Palazzo Corsini è praticamente identica.

L’esaltazione della famiglia Gerini è rappresentata dallo stemma sorretto da due putti, collocato sul timpano convesso che si trova sopra la finestra ad arco, il tutto sormontato dal cimiero, raffigurato dalla faccia di un leone, come per lo stemma dell’atrio.

La realizzazione dello stemma è di fine ottocento, come per i due putti che lo sorreggono. Sui lati del timpano si vedono due urne incrostate da conchiglie che simbolicamente raffigurano la dimora degli antenati.

Sotto la finestra si trova una vasca rivestita da travertino, un tempo con un impianto idrico che permetteva all’acqua di scendere attraverso alcune cascatelle al suo interno. Alcune caratteristiche architettoniche richiamano al tema della falsa rovina, con i quei simbolismi che esordirono a partire dal cinquecento. Tutte le pareti sono ricoperte da pezzi di roccia in travertino e scorie di fusione, calcari e minerali cristallizzati con abbinamenti cromatici che richiamano moltissimo alla grotta di Palazzo Corsini di Firenze, quello sull’omonimo lungarno.

L’ingresso della grotta è caratterizzato da due tritoni in stucco che sorreggono un vaso, il quale ha il valore simbolico dell’abbondanza dei beni materiali elargiti dalla natura e offre un punto di contatto tra il giardino esterno e gli ambienti interni alla villa. Una simile impostazione si vede nel ninfeo Adamo ed Eva all’ingresso di Boboli detto di Annalena, su via Romana. Nel ninfeo realizzato da Michelangelo Naccherini si vedono dei mascheroni del tutto simili a quelli poi realizzati nella Villa Gerini.

Un putto si trova nel pannello centrale del lato destro, il quale invece di essere dipinto è decorato con un mosaico rustico geometrico. Sotto questo putto si trovava un bassorilievo in marmo di 52 cm x 56 cm, raffigurante Sileno, Bacco e satiri, disperso nel periodo che la villa ha ospitato la scuola pubblica. Oggi una copia in gesso ricavata da una fotografia è stata ricollocata a coprire la mancanza.

Non si può escludere un intervento di Giuseppe Poggi anche su questo elemento decorativo; l’architetto fiorentino realizzò al Piazzale Michelangelo le cosiddette Rampe, con le grotte piene di rocce e concrezioni, nelle quali le paraste sono simili a quelle nella Villa di Colonnata. La sensibilità paesaggistica del Poggi si formò ben prima dei lavori per Firenze capitale, con gli interventi nei giardini delle grandi famiglie fiorentine, come al Ventaglio, Stibbert, Strozzi e Favard e probabilmente anche a Villa di Colonnata sotto la committenza della famiglia Gerini.

Sicuramente ottocenteschi sono affreschi a finto bersò che ricordano altri, come quello del Palazzo Larderel di Livorno, ma attribuibili a Guido Dolci di Prato (+1969) un noto decoratore attivo a Prato nella prima metà del 900, ma originario di Borgo San Lorenzo, dove giunse nel 1895, appena quindicenne, e sin dai primissimi anni del Novecento si guadagnò una certa fama come decoratore d’interni, lavorando in numerose ville e palazzi cittadini. Autodidatta della pittura, muove i primi passi sulla scena artistica nei primi anni Venti, ispirandosi alla lezione dei Post-impressionisti e dei Macchiaioli, che sempre rimarranno i suoi riferimenti.

Questi sono stati probabilmente applicati su quelli detti illusionistici che si vedono in tutte le aperture realizzate tra le rocce applicate alle pareti. In un angolo della grotta si nota una base di colore rossastro, da interpretare come la preparazione usata prima di stendere un affresco o la traccia di precedenti dipinti. Forse l’unico affresco originale della grotta è quello posto sopra il putto centrale di destra.

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